Nella bassa comasca di Celeste Rimoldi
Sul limitare sud occidentale della provincia di Como, la dove le ondulazioni di natura morenica si smorzano lasciando il posto alla pianura uniforme e monotona, sorge Veniano.Il paese popolato da …… anime vanta antichissime origini.In una pergamena medioevale datata
Anno 712 A.D., infatti, è detto che Liutiprando re dei Longobardi donava al monastero di san Pietro in Ciel d’Oro (Pavia) alcuni possessi in Archiepiscopatu Mediolanensi comprendenti Mozao et Veteniano.Scendendo nei secoli le notizie, che le cronache ci tramandano sono piuttosto frammentarie e confuse.Lascio pertanto il labirinto delle supposizioni e delle leggende popolari e vengo a tempi a noi più vicini.
Anno 1927-In ottemperanza del fu regime Veniano veniva accorpato al Comune di Appiano Gentile e declassato a frazione.Per 23 anni sul borgo ha gravato lo status di sudditanza, di inferiorità e trattamento da area periferica.
Anno 1950 Veniano allora popolato da 800/850 anime, riotteneva l’indipendenza comunale.Da venianese nato e cresciuto in loco, scriverò, senza pretese da letterato, un amarcord facendo cronaca di cose, situazioni, fatti del passato cosi come li ho vissuti e ricordo io quella storica e memorabile data.Memorabile data? Certo.Quel gran balzo in avanti che ha portato allo status quo un piccolo e oscuro paesino agricolo, non è altro che l’irreprensibile, felice prosecuzione di quello straordinario avvenimento. Per meglio capire valutare obbiettivamente il vantaggio apportato da quell’importante conquista occorre retrocedere nel tempo di mezzo secolo e mettersi in un contesto storico, economico, ambientale molto diverso.In quegli anni, infatti, Veniano si prestava ad essere veduto nel suo insieme grazie all’altura del Moncucco sulla cui area si alzava solo la nuova piacevole struttura della scuola materna.Partendo da via Quinterno (lato destro della parrocchia) dopo aver percorso due cortili rurali si arrampicava sul dosso, percorrendo un 2passo privato"e seguendo la carreggiata (sull’attuale via Paolo VI) si sboccava sulla provinciale.Il viottolo campestre, scorciatoia di collegamento tra i due nuclei urbani (superiore e inferiore) era molto frequentato e chi transitava sulla zona durante le giornate limpide aveva possibilità l’incomparabile scenario offerto dalla maestosa cornice delle alpi, superbe e spettacolari cime dai colossi Bianco e Rosa al Resegone e all’Adamello.
Appena lo sguardo si abbassava l’area sottostante l’altura, presentava ben altra scenografia.un quadro triste, squallido, desolante riproducente l’umiliante ma autentica fotografia del nostro paesello, frazione di Appiano Gentile e cenerentola del circondario.Distanziati tra loro circa quattrocento metri i due agglomerati, di secolari, cadenti abitazioni sembravano accalcarsi l’uno a ridosso della chiesa ci sant’Antonio l’altro alla chiesetta di san Lorenzo.Erano case dai muri grigi, in più casi scrostati con abitazioni umide e insalubri; erano stalle, erano porticati e ripostigli per il ricovero di carri e attrezzi da coltivatori.Strutture in calcestruzzo o in legno, asimmetriche e sghilembe davano sagoma e circondavano cortili multiformi, legati a catena l’unaltro.In ogni cortile, in un disordinato miscuglio di proprietà, di passi, di diritti, ecc.., alloggiavano famiglie patriarcali.In ciascun cortile torreggiava come un monumento un provvidenziale pozzo idrico condominiale che all’occorrenza (spesso) faceva fronte alla carente rete idrica pubblica proveniente dal pozzo di Appiano Gentile.
Ciascun cortile, più che dal nome della via e dal numero civico si distingueva e s’identificava con un proprio soprannome (Marcantei, Segrit, Cumasc, Sacristra, ecc.)
Oltre i due nuclei urbani occhieggiavano, tra il verde dei campi e dei boschi, una ventina di costruzioni novecentesche, le vecchie scuole elementari, la villa mosca (attuale parco comunale) le tre cascine tuttora esistenti, Somigliana, Monterubiano, Canun Vecc e la piccola area del camposanto che attornia la chiesetta di Santa Maria.
La chilometrica rete viaria che si snodava verso i paesi limitrofi e le cascine era in terra battuta con buchi e rigagnoli a non finire.Non migliori le contrade interne anzi in sintonia con quelle esterne, mostravano ugualmente pozzanghere che mai asciugavano (la fognatura a quel tempo era un sogno proibito).
Anche l’illuminazione era pressoché insignificante: tredici lampioni distribuiti nei punti cruciali erano tutto.
Ovviamente cotanto avvilente degrado, era lo specchio delle condizioni socio comunitarie arretrate e infime.In quell’imediato dopoguerra, infatti, gravava sul vecchio borgo una condizione da periferia che si evidenziava nella trascuratezza, nell’abbandono e nella mancanza di elementari necessita pubbliche: basta ricordare che per procurarsi un documento civico, per spedire una raccomandata, per necessità medico sanitarie, bisognava recarsi ad Appiano (il più delle volte a piedi).
Le giovani leve ritornando dai vari fronti di guerra, dai luoghi di prigionia in Africa e dai lager tedeschi, costatavano amaramente che, mentre in campo nazionale i regimi si erano avvicendati, a Veniano permaneva lo status quo ante.Non meno sconcertanti erano le condizioni economiche; l’agricoltura cui faceva perno l’economia locale, attraversava un periodo di"vacche magre".La terra onesta e generosa ricompensava le improbe fatiche, ma i prodotti che essa produceva non trovavano altrettanta generosa accoglienza sui mercati.Travagli e crisi che mai si risolvevano scoraggiavano e mettevano in difficoltà i"massari"alle prese giornaliere con un modesto bilancio familiare e molte bocche da sfamare.
L, arretratezza economica, gli stenti, le conseguenze della guerra, il complesso di inferiorità, avevano toccato i limiti di insofferenza.
Alfine i tempi maturarono anche per Veniano e con loro il momento propizio per sollevare la causa dell’indipendenza.Mi pare giusto, per dovere di cronaca, rilevare come l’iter burocratico sia stato alquanto lungo, tuttavia, il propugnatore della causa Antonio Ghioldi (diventato poi primo sindaco del paese) partecipò in prima persona con certosina pazienza, ma con determinazione e pertinacia fino al conseguimento.Nel frattempo anche i cittadini concordi e compatti aspettavano, con comprensibile timore misto a tanta fiducia, che le loro aspettative si avverassero
Da mettere in evidenza vi è anche il fatto che la riscattata autonomia aveva portato con sé pregi morali e affettivi, ma anche, difetti ereditari pregni di lacune e arretratezze.Ai primi amministratori del neo comune di Veniano toccò dunque un retaggio tutt’altro che allettante.Ciò nonostante, guidati e sorretti dall’amore per il paesello e armati di tanta buona volontà, quei pionieri non esitarono a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare.E da fare c’era molto, per non dire tutto per questo il loro compito si presentò subito arduo, preoccupante, impegnativo.Occorreva affrontare problemi concreti opere inesistenti e pressanti, senza poter contare su disponibilità finanziarie di alcun genere.
Da allora cinque decenni sono trascorsi e oggi il nostro paese, vanta e mette in evidenza eloquenti segni di sviluppo e di progresso oltre che di realizzazioni d’avanguardia promosse e portate a termine dalle amministrazioni Rimordi e Palmato che suscitano in chi le guarda apprezzamenti e stima.
Certo, i traguardi raggiunti, che si colgono solo guardando all’intorno non sarebbero, oggi, lecito orgoglio per tutti, se i nostri predecessori non ci avessero tramandato valide, intelligenti e sicure premesse.
Viene quindi spontaneo, amici concittadini, di vecchio ceppo locali ed immigrati, levare loro un meritevole, memore, deferente pensiero di riconoscenza e di gratitudine.
Rimordi Celeste